Morto Lanfranco D’Onofrio, il ricordo di Massimo Lugli

«Come andiamo, dottò?»

«Alla marinara, molta acqua e pochi pesci».

Ce lo siamo ripetuti tutte le mattine, spesso a orari inconcepibili, per anni, per decenni. Lanfranco D’Onofrio, la sua voce, le sue battute, la sua presenza costante, inamovibile sul posto di lavoro, era una certezza.

Probabilmente la persona con cui ho scambiato più telefonate, più notizie, più spunti di lavoro in vita mia, da quando, a 19 anni, entrai nella redazione di “Paese sera” fino al momento di andare in pensione da Repubblica, quarant’anni più tardi.

Lanfranco D’Onofrio all’inaugurazione della sala stampa dei carabinieri

Era sempre lì. Nella sala stampa al primo piano della questura Lanfranco, più che un decano, era un monumento. Per la sua scrivania sono passati i fatti e i fattacci di cronaca nera più clamorosi dell’ultimo mezzo secolo e passa.

Ed era la sua voce, quella voce perennemente velata da un filo di ironia e di bonomia tutta romana, che a volte ti svegliava nel cuore della notte, ti catapultava all’improvviso da un capo all’altro della città. «Dottò, hanno appena rapito Moro, si hai capito bene, Aldo Moro» «Dottò, hanno ammazzato una ragazza a via Poma, corri». «Dottò hanno sparato a una studentessa all’Università…».

Tra le migliaia e migliaia di input che ho ricevuto da Lanfranco, dai tempi dei telefoni a rotella e delle macchine da scrivere fino a quelli dei cellulari e dei computer, ne ricordo uno particolarmente curioso quando mi bloccò sotto un diluvio scrosciante, in motorino, diretto a una conferenza stampa da due colonne in taglio basso. «Dottò, ascolta bene, non è uno scherzo, sono scappati un leone e due tigri da un circo di Primavalle, stanno in mezzo alla strada, datti una mossa».

Rigoroso, puntuale, preciso, schivo. Nipote del dirigente del Pci ed ex partigiano Edoardo D’Onofrio, Lanfranco ha sempre mantenuto una profonda convinzione politica parallela al suo impegno professionale e sindacale.

Iniziò all’Unità, diciannovenne come me agli esordi, per poi passare a Il Paese che, successivamente, divenne “Paese sera” e, come tanti di noi, entrò, da collaboratore, a Repubblica quando la testata fu chiusa. Raramente lo si vedeva in redazione, la sua postazione era in Questura, con quei colleghi che scherzosamente noi neristi definivamo “i trombettieri” e che, in tempi in cui i rapporti tra investigatori e stampa erano incrostati di diffidenza e pregiudizi reciproci, erano l’unico accesso possibile alle notizie.

E di notizie Lanfranco ne scovava parecchie, mai accontentandosi delle “veline” da ufficio stampa ma frugando, indagando, scoprendo, svelando spesso segreti destinati a restare tali. «Inguattati», come diceva lui. Molto riservato sul piano personale, parlava pochissimo della moglie Serena e dei figli Rosangela e Andrea, la sua adorata famiglia. Cuore da alfista, aveva una passione per le macchine veloci e una tendenza a pestare forte sull’acceleratore. Fu uno dei fondatori del Sindacato Cronisti, uno dei dirigenti più attivi, sempre pronto a battersi per la dignità della professione. Il tesserino rosso scuro dell’Ordine per Lanfranco non era un simbolo ma un impegno, una fede.

Quando una persona arriva a superare i 90 anni spesso ti aspetti la notizia che mi è arrivata poco fa e che sta rimbalzando tra telefonate e messaggi tra i colleghi con i capelli bianchi come me, che lo hanno conosciuto ma non per questo ti lascia meno attonito e addolorato. Oltre a tanti flashback, tanti ricordi e a tantissimi insegnamenti, all’esempio e all’affetto reciproco, di Lanfranco mi resta un regalo singolare: le due pistole che mi donò quando decise di non andare più a sparare al poligono: «Prendile tu che ti ci diverti». Le ho usate pochissimo, ormai superate da armi più precise e moderne. Le conservo come un cimelio.

di Massimo Lugli

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