Dalla Cronaca una mano alla sicurezza nazionale

IL GRANDE FRATELLO ONLINE SI ALLUNGA SULLA NOSTRA SCATOLA NERA

Se coniugati assieme nel reciproco rispetto dei ruoli, cronaca e sicurezza nazionale costituiscono un binomio di certezze di progresso democratico dello Stato liberale. Per la prima volta il delicato tema è stato affrontato, a viso aperto e senza riserve mentali sulla ragion di Stato, nel corso di un convegno/corso di formazione giornalistico al Palazzo della Radio/Rai di Roma per iniziativa del Sindacato cronisti romani (con il Presidente Fabio Morabito), dell’Ordine dei giornalisti del Lazio (con il vicepresidente Gino Falleri) e dell’Associazione PIUE, pubblicisti italiani uniti per l’Europa (con il presidente Carlo Felice Corsetti). (…)

Oggi come ieri il rapporto fra cronaca e sicurezza nazionale ondeggia in equilibrio precario fra pesi e contrappesi del sistema dei poteri non soltanto pubblici, esposto agli umori e malumori dei tempi, al clima cangiante della politica. Perché una cronaca troppo invasiva potrebbe recare, a torto o a ragione, una minaccia alla causa comune della difesa degli interessi e della integrità collettivi. Sono diventati un caso emblematico i segreti violati dello spionaggio/ hackeraggio della CIA da Wikileaks che hanno messo in ginocchio i governi di mezzo mondo. E perché un eccesso pretestuoso delle misure di sicurezza rischia di provocare, come insegna la storia e come provano i focolai di conflitti locali, un giro di vite censorio contro la stampa, anticamera di regime illiberale. Perché i pezzi grossi della Terra sono sempre stati tentati dalla suggestione di condizionare, ricattare i cronisti trasformandoli da cani da guardia del potere in cani da riporto delle loro ambizioni. Perché bufale, fake news, cattiva informazione e comunicazione autarchica delle fonti minacciano di ridimensionare l’informazione di qualità e di spuntare le unghie alla critica giornalistica.

Senza contare che dietro l’angolo, proprio della sicurezza, è in agguato, sempre piùagguerrito, il Grande Fratello online che ci spia, ci controlla, ci deruba e ci spoglia della privacy, sfrutta le nostre ingenuità di dilettanti navigatori Internet, ci tende trappole sui social per tracciare il nostro profilo di vittime sacrificali dei più biechi interessi. Insomma, l’obiettivo è quello di impadronirsi della scatola nera della nostra vita sradicando le nostre sicurezze individuali e nazionali per asservirci al carro dell’opulenza artificiale. Prove e controprove si accumulano nell’assedio quotidiano ai nostri telefonini delle offerte personalizzate di prodotti economici, finanziari, assicurativi.

Il palazzo della Radio in via Asiago, dove si tenuto il convegno, è stato ed è crocevia della sicurezza nazionale e della cronaca. Nato nel 1931 e, quindi, in piena dittatura fascista, ha sofferto gli anni peggiori per le libertà e per l’informazione umiliata sotto i diktat della censura imposti alle trasmissioni radiofoniche dal Minculpop, il ministero della cultura popolare, e poi ha subito il dominio del bavaglio sotto il brutale tallone dell’occupazione nazista dal 10 settembre 1943 fino alla liberazione di Roma  del 4 giugno 1944.

Dai microfoni della radio allora Eiar (ente italiano audizioni radiofoniche) alle ore 19,45 di mercoledì 8 settembre, il capo del governo in prima persona, maresciallo Badoglio, che aveva spodestato Mussolini il 25 luglio, annuncio’ l’armistizio con gli angloamericani. Affacciato alle finestre di casa, potei ascoltare gli apparecchi dei vicini alzati a tutto volume nel deserto delle strade. Due giorni dopo, i tedeschi presero possesso del Palazzo della Radio e stesero il filo spinato tutto intorno lungo le vie Asiago e Montello sbarrandone l’accesso con barriere di cavalli di Frisia e presidiandole con sentinelle armate. L’effetto tabù delle due strade è stato devastante spaccando in due il quartiere Delle Vittorie sotto i miei occhi di ragazzino residente in zona. Solo una volta sono potuto entrare negli studi radiofonici con mio padre, allora informatore dal Vaticano, per ricevere i doni della cosiddetta Befana fascista dalle mani di dirigenti in camicia nera e orbace. Perché non ci fossero dubbi e malintesi sul controllo dell’informazione e sulle ragioni della sicurezza nazionale dei conquistatori, la direzione Eiar venne affidata a un tenente della Wehrmacht, Theil. Scrive il giornalista Paolo Monelli nel suo libro Roma 1943: “Alle 13, chi apre la radio per il solito giornale di quell’ora, ode con raccapriccio una voce che, con forte accento tedesco, da’ notizia di un intervenuto accordo fra le autorità militari italiane e quelle tedesche. Ed invita gli italiani ad arruolarsi nell’esercito tetesco, ove avranno armi tetesche e saranno equipacciati come i teteschi e pacati come i teteschi. E scioglie gli ufficiali italiani dal giuramento con il re tratitore”. E ancora da Monelli: “La mattina del 12, domenica, alla radio una incolta voce di romanaccio, forse uno dei portieri dell’Eiar, legge un messaggio del feldmaresciallo Kesserling (comandante germanico in Italia ndr) che dichiara lo stato di guerra in tutto il territorio a lui sottoposto dove sono valide le leggi tedesche di guerra”.

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