{"id":755,"date":"2003-02-02T00:00:00","date_gmt":"2003-02-01T23:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sindacatocronisti.it\/wordpress\/2003\/02\/02\/cera-una-volta-la-cronaca-dal-fronte\/"},"modified":"2020-08-26T00:52:13","modified_gmt":"2020-08-25T22:52:13","slug":"cera-una-volta-la-cronaca-dal-fronte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sindacatocronisti.it\/wordpress\/2003\/02\/02\/cera-una-volta-la-cronaca-dal-fronte\/","title":{"rendered":"C&#8217;ERA UNA VOLTA LA CRONACA DAL FRONTE"},"content":{"rendered":"<div class='booster-block booster-read-block'>\n                <div class=\"twp-read-time\">\n                \t<i class=\"booster-icon twp-clock\"><\/i> <span>Read Time:<\/span>3 Minute, 10 Second                <\/div>\n\n            <\/div><p>Pi\u00f9 ombre che luci sulle cronache di guerra in diretta dai fronti caldi dell&#8217;Iraq, nonostante il gran tam tam degli inviati da ogni angolo dal mondo. Per l&#8217;informazione di prima mano sull&#8217;andamento delle operazione belliche \u00e8 ancora aria di ritirata fra l&#8217;incudine della censura militare e il martello della propaganda dei capi degli eserciti. Poich\u00e9 stavolta il terrorista vive tra noi, sparge panico e veleno tra noi, si \u00e8 lanciata la corsa al disarmo dell&#8217;arma pi\u00f9 potente dei nostri giorni, la comunicazione, nella convinzione di ridimensionare il rischio-megafono al nemico e di scongiurare frustrazioni e sindrome depressive sul fronte interno.<br \/>\nPossibile che nell&#8217;era del villaggio globale, si continui a coltivare l&#8217;illusione che si vinca con il diktat del taci che il nemico ti ascolta, e che \u00e8 meglio cloroformizzare l&#8217;opinione pubblica che lasciarla in bal\u00eca di una libera circolazione delle notizie e delle idee? In un&#8217;editoriale su &#8220;Il Corriere della Sera&#8221;, Sergio Romano denuncia come, appunto nell&#8217;era degli email e dei satellitari, &#8220;la guerra \u00e8 avvolta da un&#8217;impenetrabile nuvola di reticenza, imprecisioni e informazioni manovrate&#8221;, con in pi\u00f9 una variante paradossale. &#8220;Insieme al silenzio sul reale risultato delle operazioni militari \u0096 sostiene l&#8217;opinionista- registriamo un fenomeno apparentemente contrario: una straordinaria quantit\u00e0 di immagini che danno a chi le vede la sensazione di conoscere tutto in presa diretta, insieme a una quantit\u00e0 di notizie non verificabili&#8221;. I primi a soffrirne sono i giornalisti ribattezzati &#8220;embedded&#8221;, cio\u00e8 incastonati, secondo la terminologia della Guerra del Golfo 2003. Chi non opera in semilibert\u00e0 a Bagdad, dove si sposta con gli occhi della scorta, o chi non \u00e8 costretto ad arrampicarsi sugli specchi del gran vociare delle conferenze-stampa dei generali pluristellari, \u00e8 intruppato nelle retrovie dei combattenti anglo-americani. Potrebbe sembrare un operazione di trasparenza rispetto alla guerra del 1991, che fu un lungo videogame mostrato solo sugli schermi del Pentagono, ma, in effetti, si deve obbedire a precise regole per non fornire dettagli di natura sensibile. In condizioni di disagio fisico ed intellettuale, valorosi giornalisti spremono fino in fondo le risorse della propria esperienza e della propria professionalit\u00e0 per strappare mezze notizie e brandelli di verit\u00e0, per raccogliere e interpretare il raccoglibile nei recessi della disfatta umana e dei disastri dei bombardamenti intelligenti, dietro le quinte della Casa Bianca o del Pentagono, nei teatri delle sceneggiate organizzate dal fondamentalismo islamico.<br \/>\nTrappole e rischi mortali, viceversa, per quei cronisti che si avventurano per proprio conto nell&#8217;intento di scoprire il vero volto della guerra. Nei primissimi giorni del conflitto, un cameraman australiano \u00e8 stato ucciso nel Kurdistan e tre reporter della tv britannica sono caduti in un agguato lungo la strada di Bassora. Il sacrificio sull&#8217;altare all&#8217;informazione anticonformista li accomuna agli oltre mille giornalisti trucidati negli ultimi 12 anni e tra i quali le nostre colleghe Ilaria Alpi (Somalia) e Maria Grazia Cutuli (Afghanistan).<br \/>\nIn tempi di pace, la prevaricazione informatica da parte dei monopoli e degli oligopoli del potere e la forza tecnologica della comunicazione autarchica e di regime soffocano, manipolano e virtualizzano la realt\u00e0 dei fatti. E chi non si adegua rischia ogni sorta di intimidazione, dalle querele alla minacce di galera. In tempi di guerra, la uccidono, la sporcano e la incarogniscono al canto dell&#8217;amor patrio o di Dio. E chi rompe lo schema, rischia la pelle. Che fine ha fatto la lezione della sporca guerra del Vietnam che segn\u00f2 la grande vittoria dell&#8217;informazione sull&#8217;oscurantismo dei falsi idoli di libert\u00e0?<br \/>\nE pi\u00f9 la guerra avanza, pi\u00f9 la censura aumenta. Ne \u00e8 persuaso l&#8217;ex inviato del &#8220;new York Times&#8221; a Saigon, Sydney Schanberg, autore de &#8220;le urla del silenzio&#8221;, da cui venne tratto il film premiato con l&#8217;Oscar. Il suo giudizio \u00e8 scoraggiante: vediamo e leggiamo solo quello che vuole il Pentagono o Saddam e ai giornalisti si lasciano i dettagli e si nasconde la realt\u00e0 del conflitto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Pi\u00f9 ombre che luci sulle cronache di guerra in diretta dai fronti caldi dell&#8217;Iraq, nonostante il gran tam tam degli inviati da ogni angolo dal mondo. Per l&#8217;informazione di prima mano sull&#8217;andamento delle operazione belliche \u00e8 ancora aria di ritirata fra l&#8217;incudine della censura militare e il martello della propaganda dei capi degli eserciti. 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