{"id":59,"date":"2019-01-16T22:43:00","date_gmt":"2019-01-16T21:43:00","guid":{"rendered":"https:\/\/www.sindacatocronisti.it\/wordpress\/2019\/01\/16\/l-immigrazione-ieri-oggi-domani\/"},"modified":"2020-09-30T12:12:32","modified_gmt":"2020-09-30T10:12:32","slug":"l-immigrazione-ieri-oggi-domani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.sindacatocronisti.it\/wordpress\/2019\/01\/16\/l-immigrazione-ieri-oggi-domani\/","title":{"rendered":"L\u2019immigrazione ieri, oggi, domani"},"content":{"rendered":"<div class='booster-block booster-read-block'>\n                <div class=\"twp-read-time\">\n                \t<i class=\"booster-icon twp-clock\"><\/i> <span>Read Time:<\/span>28 Minute, 59 Second                <\/div>\n\n            <\/div><p><strong>di Corrado Giustiniani*<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019inizio della storia dell\u2019immigrazione in Italia pare avvolto nel <strong>velo di Maja<\/strong> che impedisce di cogliere l\u2019essenza del reale, come nell\u2019antica credenza indiana. Ci sono <strong>contorni sfocati e percezioni attutite<\/strong>, per la pi\u00f9 sorprendente rivoluzione che abbia investito l\u2019Italia repubblicana: il passaggio quasi improvviso da paese d\u2019emigrazione a terra d\u2019arrivi fra le pi\u00f9 importanti d\u2019Europa. Flussi tanto intensi che alla fine del 2014 gli stranieri regolari avevano toccato quota 5 milioni. Da allora in poi, per\u00f2, a dispetto delle paure che ci sono state indotte, il loro numero si \u00e8 stabilizzato.<\/p>\n<p>Secondo l\u2019ultimo Rapporto Idos, presentato poco pi\u00f9 \u00a0di due mesi fa, alla fine del 2017 i residenti erano infatti 5 milioni e 144 mila, l\u20198,5 per cento della popolazione. Poi ci sono da considerare gli irregolari. L\u2019Istituto di ricerca che ho citato non si \u00e8 mai cimentato in una stima del genere, che \u00e8 complicatissima, ma un numero che ricorre spesso \u00e8 quello di 500 mila.<\/p>\n<p><em>\u00a0<strong>Ma come \u00e8 potuto accadere tutto questo? Chi se ne \u00e8 accorto? Quando e da dove sono arrivati i primi immigrati?<\/strong><\/em><\/p>\n<p>Sull\u2019anno esatto della svolta vi sono dubbi e discussioni. Per comodit\u00e0 di ragionamento c\u2019\u00e8 chi sceglie il 1976. Perch\u00e9 consente il riferimento al 1876, anno della prima rilevazione ufficiale sugli espatri, e il conseguente conteggio che, nell\u2019arco di un secolo, hanno lasciato la penisola qualcosa come 26 milioni di italiani. Questo ha portato il ministero degli Esteri a stimare che nel mondo esistano 58 milioni e mezzo di oriundi italiani, e cio\u00e8 figli, nipoti, pronipoti di italiani che poi hanno acquisito una cittadinanza straniera. C\u2019\u00e8 insomma, nel mondo, un\u2019altra Italia oltre a quella delimitata dai confini della nostra penisola.<\/p>\n<p>Un\u2019autentica diaspora che oggi sembriamo avere del tutto rimosso. Indirizzata prevalentemente verso le Americhe tra la fine dell\u2019Ottocento e i primi decenni del Novecento, e verso l\u2019Europa dopo la seconda guerra mondiale. Era uno strappo netto con il passato, quello di tanti nostri nonni, bisnonni e trisavoli. Voglio ricordare qui soltanto il titolo di una raccolta di poesie del missionario trentino Claudio Nereo Pellegrini, trasferitosi in Belgio per assistere i nostri minatori e diventato cos\u00ec prete operaio: \u201cOvunque vivere altrove\u201d. In qualsiasi posto della terra l\u2019immigrato sia, la sua testa, i suoi sentimenti, sono altrove.<\/p>\n<p>Ci sono differenze, fra migranti di oggi e i nostri di allora. Il livello di istruzione per esempio: i nostri erano molto spesso analfabeti, quelli venuti a risiedere in Italia \u00e8 raro che abbiano un titolo inferiore alla terza media, nel 40 per cento dei casi hanno un diploma delle superiori e nel dieci su cento sono laureati. Livello di istruzione molto simile a quello della nostra popolazione attuale. Altra osservazione: i nostri emigrati storici erano in prevalenza maschi, mentre oggi, tra gli immigrati in Italia, c\u2019\u00e8 una leggera prevalenza femminile (il 52 per cento). Un terzo aspetto, il loro era uno stacco netto con la terra lontana: non avevano nemmeno il telefonino per mantenere un contatto.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 poi una differenza che qualcuno vorrebbe rimarcare a vantaggio dei \u00a0migranti di un tempo rispetto agli immigrati di oggi. I nostri non sarebbero stati mai clandestini, perch\u00e9 si muovevano su chiamata dei governi degli altri Paesi, quelli di oggi, invece s\u00ec. Tutto questo viene confutato da Gian Antonio Stella, protagonista di un viaggio nel nostro passato migratorio con il saggio \u201cL\u2019Orda\u201d, che ha appassionato e sconvolto i lettori. Stella tra l\u2019altro documenta come fossimo noi gli \u201calbanesi\u201d di allora, considerati ladri di posti di lavoro, criminali, venditori di bambini, sfruttatori di prostitute e, per l\u2019appunto, clandestini. Centinaia di migliaia di clandestini: anche nelle navi che a fine \u2018800 raggiungevano l\u2019America, per scaricare i passeggeri in quarantena a Ellis Island. Secondo lo storico <strong>Ruggero Romano<\/strong>, all\u2019elenco dei passeggeri ufficiali andava aggiunto un numero almeno equivalente di irregolari. In Europa, \u00e8 vero, gli emigrati italiani si muovevano su chiamata, ma questo solo verso il Belgio, con l\u2019accordo \u201cMinatore carbone\u201d del 1946, e verso la Germania, con la quale il nostro governo stipul\u00f2 un\u2019altra intesa undici anni dopo, nel 1955. Ma sono molti i nostri clandestini finiti in Francia e in Svizzera. E chiudiamo qui questa parentesi sull\u2019emigrazione italiana nel mondo. Un flusso in uscita, come vedremo pi\u00f9 tardi, che si \u00e8 bruscamente riattivato.<\/p>\n<p>L\u2019inversione di segno fra esodi e arrivi dall\u2019estero, in realt\u00e0, sarebbe avvenuta quattro anni prima del 1976, nel 1972, con un saldo positivo di 14 mila arrivi, secondo uno studio del professor Francesco Natale dell\u2019Universit\u00e0 di Roma la Sapienza. Se questi dati sono veri siamo ormai vicini ai 50 anni di immigrazione, e il dato sembra incredibile. Se invece teniamo per buono il 1976, abbiamo superato abbondantemente i 40 anni, e si tratta in ogni caso di un fenomeno molto consolidato<\/p>\n<p><em><strong>Ma dove venivano i primi stranieri immigrati in Italia<\/strong> <strong>negli anni \u201870<\/strong>? <\/em><br \/>\n<em><strong>E dove si sono fermati, forse nelle ricche regioni del Nord e del Nord Est, allora in cerca di manodopera? <\/strong><\/em><\/p>\n<p>Niente di tutto questo. Qualcuno di voi non ci creder\u00e0, ma i\u00a0 protagonisti del primo ciclo di arrivi sono stati i pescatori tunisini di Mazara del Vallo. Molti anni fa, recandomi come inviato del Messaggero a Mazara, mi fermai a parlare con uno di loro. Si chiamava <strong>BAZINE HACHEMI<\/strong>, e in quell\u2019incontro ebbi l\u2019impressione di avere davanti a me un uomo che aveva precorso la storia. Bazine parlava con cadenza siciliana, muovendo le grandi mani sciupate dalle reti, dal sale e dal freddo. Decise di lasciare Tunisi, per cercare fortuna in Sicilia, nel 1969, l\u2019anno dell\u2019\u00abautunno caldo\u00bb e delle grandi lotte operaie, lavorando prima come fabbro nell\u2019entroterra, a Castelvetrano, poi sul mare, come pescatore. Gi\u00e0 cinquant\u2019anni fa dunque, in una Sicilia ancora pi\u00f9 arretrata economicamente di oggi, i ragazzi non volevano pi\u00f9 fare il mestiere dei loro padri. Oggi i tunisini a Mazara sono 3 mila, i due terzi dei quali addetti appunto alla pesca. Senza di loro la ricca flotta di pescherecci sarebbe in panne, e in fumo il business di armatori, grossisti, pescivendoli e ristoratori. E senza stranieri non potremmo pi\u00f9 produrre il parmigiano Reggiano, vini famosi e tante altre preziose derrate del made in Italy.<\/p>\n<p>Prima della svolta migratoria, avevamo avuto certamente altri gruppi stranieri che si erano stabiliti nel nostro Paese. La comunit\u00e0 pi\u00f9 antica \u00e8 quella cinese: le sue avanguardie sono giunte fra di noi a cavallo fra le due guerre e almeno in parte provenivano dalla Francia, dove i cinesi erano emigrati per sostituire in fabbrica i soldati impegnati al fronte durante il primo conflitto mondiale. Il nucleo storico si insedi\u00f2 a Milano, nel cuore del <strong>vecchio quartiere Sempione<\/strong>, dando vita alla prima piccola chinatown italiana. Fra il 1930 e il 1940 i cinesi arrivarono anche a Roma, occupando gli scantinati attorno a piazza Vittorio. Lavoravano cuoio e pellame e producevano cravatte che poi andavano a vendere per le strade: <strong>\u00abTle clavatte, una lila\u00bb<\/strong> era la celebre frase con cui affrontavano i passanti. I cinesi, sono arrivati, possiamo ben dire, prima che la storia dell\u2019immigrazione in Italia iniziasse.<\/p>\n<p>Ma, come ho detto, \u00e8 con gli arrivi dei primi anni Settanta che si assiste in Italia all\u2019inversione del ciclo migratorio. Ed \u00e8 sorprendente che questo sia avvenuto in provincia di Trapani, a 82 miglia dalla costa africana. I tunisini di Mazara, periferici, separati, con il loro lavoro lontano dalla terraferma, sono dunque il simbolo di come sia iniziata l\u2019immigrazione nel nostro paese: <strong>senza dare nell\u2019occhio<\/strong>. Gli arrivi sono sparsi e per cos\u00ec dire silenziosi. La destinazione lavorativa non \u00e8 ancora la grande fabbrica, ma sono luoghi alquanto appartati. Le mura domestiche, ad esempio. Fra l\u2019inizio e la met\u00e0 degli anni Settanta giungono nelle abitazioni delle famiglie agiate di Roma, di Milano e di Torino le prime colf di colore. Erano sempre di meno, infatti, le italiane disposte a servire in casa, a tener compagnia agli anziani e a occuparsi dei bambini piccoli.<\/p>\n<p>Il canale che porta in Italia queste donne, in un primo momento, \u00e8 soprattutto <strong>religioso<\/strong>. Provengono dalle Filippine e da Capo Verde, pi\u00f9 tardi da El Salvador, dall\u2019Ecuador, dal Per\u00f9. Si sono rivolte a missioni cattoliche che operano nel loro paese e sono arrivate appoggiandosi alle sedi centrali di questi istituti, in prevalenza di suore. Alla fine degli anni Settanta, secondo una stima\u00a0 raccolta dal Censis, le colf immigrate erano gi\u00e0 100 mila. <em>(Oggi tra colf e badanti regolari e irregolari se ne contano 2 milioni, il 77 per cento straniere le badanti, il 48 per cento le colf, secondo una stima de lavoce.info. le irregolari sono il 60 per cento)<\/em><\/p>\n<p>Egualmente appartati altri luoghi di lavoro, come i campi del Casertano o del Foggiano, cos\u00ec lontani dalle citt\u00e0, dove gli stranieri iniziano a raccogliere i pomodori. Questa attivit\u00e0, che durava (e dura) appena due mesi all\u2019anno, luglio e agosto, con ritmi di lavoro di 10-15 ore al giorno, dall\u2019alba al tramonto, avr\u00e0 la sua esplosione negli anni Ottanta ed \u00e8\u00a0 fiorentissima, con situazioni di sfruttamento schiavistico, anche oggi. Quello che per\u00f2 forse vi incuriosir\u00e0 \u00e8 che a praticarla, agli inizi, erano spesso studenti universitari che avevano finito i soldi spediti loro dai genitori africani o sudamericani per mantenersi agli studi in Italia, e cos\u00ec approfittavano della pausa estiva degli esami per incrementare le proprie entrate.<\/p>\n<p>\u00c8 per questo che siamo stati colti di sorpresa, che non abbiamo avuto una percezione immediata di quanto stesse accadendo attorno a noi. Certo, facevano capolino anche personaggi coreografici e colorati, come i venditori di stoffe e di oggetti in pelle, ma non ci davano l\u2019impressione di una pacifica invasione. Anzi, vederli sulle spiagge trascinarsi dietro il grande sacco da cui spuntavano tutte le loro mercanzie variopinte, e ripartire dopo una lunga trattativa, come se fossero appena arrivati da un porto maghrebino e dovessero tornare indietro a rifornirsi ancora, rafforzava l\u2019aspetto esotico di quella presenza, e la collocava distante da noi.<\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 comunque un evento che pone l\u2019Italia al centro delle correnti migratorie, ed \u00e8 la crisi petrolifera del 1973, causata dalla guerra tra arabi e israeliani, che provoca una recessione in tutta Europa. Fra di voi ci sar\u00e0 chi ricorda le domeniche a piedi, l\u2019austerity. Gli altri Paesi chiudono le porte agli stranieri, per difendere i loro posti di lavoro, l\u2019Italia non lo fa, perch\u00e9 vive di turismo e perch\u00e9 l\u2019unico flusso che ha conosciuto finora \u00e8 in uscita. Cos\u00ec gli immigrati aumentano<strong>. <\/strong>Erano 300 mila alla fine degli anni \u201870, 800 mila alla fine degli anni \u201890, e nel 2001 saliamo a 1 milione e 400 mila, secondo le stime che effettu\u00f2 il Dossier Caritas, mentre nel 2005 si sfonder\u00e0 il tetto di 3 milioni di regolari.<\/p>\n<p>Ma attenzione: fin dagli anni \u201970, anche nelle fabbriche stava cambiando qualcosa e non ce ne siamo accorti. Feci delle ricerche d\u2019archivio e su una rivista di nicchia, \u201cVita Nuova\u201d, scoprii che nel 1977 la Fiat aveva assunto 55 egiziani <strong>alle fonderie di Modena<\/strong>. Altri 250 facevano gli operai a Reggio Emilia, 200 turchi ai forni delle fonderie Gallinari. E\u2019 l\u2019inizio di una richiesta sempre pi\u00f9 intensa di stranieri da parte delle piccole, medie e grandi imprese, su cui per ora Confindustria e sindacati mettono il silenziatore, ma che esploder\u00e0 negli anni \u201880 e \u201890.<\/p>\n<p><strong>L\u2019omicidio di Jerry Masslo<\/strong><\/p>\n<p>Vorrei ora raccontarvi un episodio di grande rilievo e di grande forza simbolica, che vi mostrer\u00e0 come sia profondamente cambiato l\u2019atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri da allora ad oggi. L\u2019anno \u00e8 il 1989, il giorno \u00e8 il 24 di agosto. A Villa Literno, nei pressi di Aversa, viene assassinato Jerry Essan Maslo, un rifugiato politico scappato due anni prima dal Sudafrica dell\u2019apartheid. Nelson Mandela, ricordiamo, solo nel 1991 sar\u00e0 liberato dopo 27 anni di carcere, e nel 1994 diventer\u00e0 presidente del Sudafrica.<\/p>\n<p>Jerry dorme in una masseria isolata nella campagna, assieme ad altri trenta immigrati. Tre balordi entrano, armati, per rapinarli dei poveri risparmi. Jerry si lancia verso di loro, per cercare di fermarli, ma viene colpito in pieno. Negli scontri razziali, in Sudafrica, aveva perso il padre e una figlia di sette anni, e vi aveva lasciato la moglie e altri due figli. In realt\u00e0 tecnicamente non era un rifugiato, perch\u00e9 l\u2019Italia allora garantiva questo status soltanto a chi provenisse dai paesi dell\u2019Est: pi\u00f9 semplicemente, godeva della tutela di Amnesty International. Proprio nell\u2019anno in cui Jerry moriva, il 1989, la \u201clegge Martelli\u201d avrebbe superato la riserva geografica sui rifugiati.<\/p>\n<p>Pensate che il 30 agosto i funerali di Masslo furono trasmessi in diretta dalla Rai, e vi parteciparono le pi\u00f9 alte autorit\u00e0 dello Stato. La magistratura fece il suo dovere in tempi straordinariamente rapidi e condann\u00f2 a 22 anni di reclusione i tre autori dell\u2019omicidio, tutti originari del posto. Ma non \u00e8 finita. Dopo l\u2019estate, la mobilitazione straordinaria per la morte di Masslo culmin\u00f2 nella pi\u00f9 grande manifestazione contro il razzismo che sia mai stata attuata in Italia. Il 7 ottobre 1989, 200 mila persone secondo gli organizzatori, 100 mila secondo la polizia, sfilarono a Roma da Piazza della Repubblica a piazza del Popolo, con tre parole d\u2019ordine, \u201cper i diritti degli immigrati\u201d, \u201cper l\u2019uguaglianza\u201d \u201cper una societ\u00e0 multietnica e multiculturale\u201d. La regia era di Cgil-Cisl-Uil, i comizi finali di Trentin e Bentivogli. I primi del corteo erano gi\u00e0 a Piazza del Popolo, quando gli ultimi dovevano ancora partire da Piazza della Repubblica. Venivano innalzati i ritratti di Martin Luther King e di Nelson Mandela. \u201cCon loro contro il razzismo\u201d si leggeva su molti cartelli e alla manifestazione partecip\u00f2 niente meno che il campione olimpico Tommy Smith, la medaglia d\u2019oro che a Citt\u00e0 del Messico aveva salutato il popolo col pugno chiuso. Ho dedicato tanto a questo episodio, perch\u00e9 mi sembra quasi incredibile che l\u2019Italia oggi sia scivolata cos\u00ec in basso.<\/p>\n<p><strong>Gli albanesi e il<\/strong> <strong>Vlora<\/strong><\/p>\n<p>C\u2019\u00e8 un secondo evento emblematico, che in questa descrizione per forza di cose impressionistica della nostra storia immigratoria, vorrei segnalare. Lo sbarco nel marzo del 1991 sulle coste pugliesi di 24 mila albanesi. Come Masslo era in fuga dall\u2019apartheid, loro lo sono da un paese economicamente disfatto, dopo 45 anni di dittatura comunista. E questi vennero accolti. Ma l\u20198 agosto di quell\u2019anno attracca nel porto di Bari il piroscafo albanese Vlora, con un carico di 11 mila profughi, secondo i giornali dell\u2019epoca, addirittura di 20 mila, secondo ricostruzioni successive. Un grappolo umano galleggiante, immortalato da fotografie che hanno fatto il giro del mondo. A differenza dei connazionali sbarcati a marzo, i passeggeri del Vlora vennero prima dirottati verso il vecchio stadio Della Vittoria, dove scoppi\u00f2 la guerriglia, infine rimpatriati con 11 aerei militari e diverse motonavi, per decisione del governo Andreotti, dal momento che non c\u2019erano pi\u00f9 possibilit\u00e0 di accoglienza nel nostro Paese.<\/p>\n<p>Ho voluto ricordare il Vlora perch\u00e9 quelle foto che ho citato, e che sicuramente vi \u00e8 capitato di vedere, hanno alimentato una sorta di sindrome d\u2019assedio. E avvertiva questa sindrome certamente il Parlamento italiano nel 1992, quando approvava una legge sulla cittadinanza, tuttora in vigore, rigidamente impostata sullo ius sanguinis, e particolarmente severa con i figli di immigrati nati nel nostro paese, che per diventare italiani devono aver trascorso ininterrottamente da noi i primi 18 anni di vita, legge che era stata riformata dal primo ramo del Parlamento, ma malauguratamente abbandonata dal Pd, lo scorso anno, al Senato. Visto che parliamo di leggi, nel 1998 verr\u00e0 approvata la Turco-Napolitano, che fiss\u00f2 un sistema di quote, tuttora in vigore, per essere assunti nominativamente in Italia, ma lasciava anche la possibilit\u00e0 di entrare da noi senza un contratto gi\u00e0 in tasca, ma con un permesso di ricerca di lavoro, finanziato da uno sponsor. Inoltre si introduceva \u201cla carta di soggiorno\u201d, un permesso permanente che si pu\u00f2 ottenere dopo cinque anni di soggiorno regolare. Il canale che dava la possibilit\u00e0 di entrare per la ricerca di lavoro veniva eliminato, nel 2002, dalla legge 189 del governo Berlusconi, meglio conosciuta come <strong>Bossi-Fini<\/strong>, tutta permeata da un concetto di \u201cimmigrazione corta\u201d: vieni, lavori e te ne vai. Ma per forza di cose, proprio questa legge doveva varare la pi\u00f9 grande regolarizzazione della nostra storia, con 700 mila domande di sanatoria, per il 90 per cento accolte.<\/p>\n<p>Di sanatorie, fino ad oggi, ne sono state varate sette, e ve ne sarebbe bisogno di una anche adesso, per asciugare il bacino di irregolari che si \u00e8 formato. E perch\u00e9 c\u2019\u00e8 bisogno di sanatorie? Perch\u00e9 il sistema delle quote e del decreto flussi, prescrive che si debba entrare in Italia gi\u00e0 con un contratto di lavoro in tasca. Voi ce lo vedete un piccolo imprenditore che assume un operaio che non ha mai visto all\u2019opera, o una famiglia che assume una badante dalla Moldavia o dall\u2019Ucraina sulla base di una foto postata di Internet? E\u2019 accaduto cos\u00ec che queste norme siano state sempre aggirate. Il sistema pi\u00f9 usato \u00e8 stato quello di entrare in Italia con un permesso per turismo della durata di tre mesi, tempo in cui cerchi irregolarmente un lavoro, e se non lo trovi ti trattieni di pi\u00f9, diventi overstayer, come si dice. Quando hai l\u2019ok del datore di lavoro, lasci alla chetichella l\u2019Italia, e poi ci torni in pompa magna, con tanto di visto del nostro consolato e contratto in mano. E\u2019 naturale che in questo modo cos\u00ec arzigogolato si formi un bacino di cosiddetti clandestini, con la necessit\u00e0 di regolarizzarli. Ma non sembra proprio, questo, il momento giusto: meglio tenersi i clandestini, che servono ad alimentare un senso di insicurezza creato ad arte da gestire con successo alle prossime elezioni europee.<\/p>\n<p>Cos\u00ec come vi sarebbe bisogno di nuove quote di ingresso regolare, attraverso un decreto flussi: \u00e8 dal 2013-2014 che gli ingressi regolari di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato sono sostanzialmente bloccati.<\/p>\n<p>Dal 2011 per\u00f2 gli arrivi, anzich\u00e9 via terra o via aerea con permesso turistico, come era stato in prevalenza nei decenni precedenti, sono venuti via mare senza permesso turistico. E\u2019 accaduto dopo la cosiddetta \u201cprimavera araba\u201d, che primavera non \u00e8 stata affatto.<br \/>\n<strong>Identikit dell\u2019immigrato all\u2019italiana e la sua percezione distorta<\/strong><\/p>\n<p>Tre caratteristiche distinguono gli immigrati in Italia rispetto a quelli degli altri Paesi: intanto l\u2019estrema variet\u00e0 delle provenienze, circa 200 come abbiamo visto nel filmato, un autentico policentrismo geografico. La comunit\u00e0 pi\u00f9 numerosa \u00e8 la romena, con circa 1 milone e 200 mila fra donne e uomini, seguita da quella albanese, e poi i marocchini, i cinesi, gli ucraini, i filippini e tutti gli altri. Non \u00e8 cos\u00ec ad esempio in Francia, dove c\u2019\u00e8 una netta prevalenza di poche nazionalit\u00e0 nordafricane: algerini, tunisini, marocchini.<\/p>\n<p>La seconda caratteristica \u00e8 una quota di lavoro alle dipendenze delle famiglie nettamente superiore rispetto agli altri Paesi. E se si chiude il rubinetto delle colf e delle badanti, le famiglie italiane, che non hanno adeguati servizi alternativi, vanno in tilt. E\u2019 per questa seconda peculiarit\u00e0 che le donne immigrate sono in Italia leggermente prevalenti (52 per cento secondo Idos) rispetto ai maschi, con dei casi limite come l\u2019Ucraina, da cui provengono come sappiamo molte badanti, e la componente femminile arriva al 78 per cento.<\/p>\n<p>La terza caratteristica \u00e8 la prevalenza della religione cristiana, con il 52,6 per cento (anche se poi gli ortodossi sono superiori ai cattolici). I musulmani, a dispetto della percezione distorta degli italiani, sono poco meno di un terzo.<\/p>\n<p>E parliamo allora di questa <strong>percezione distorta<\/strong>. Intanto, stranieri o non stranieri, la societ\u00e0 italiana vive in uno stato di allarme e di insicurezza che i dati generali sulla <strong>delittuosit\u00e0<\/strong>, diffusi con questo nome dallo stesso ministero dell\u2019Interno, non giustificano affatto. Nel 2017, ci sono state infatti 2 milioni e 236 mila denunce, il dato pi\u00f9 basso degli ultimi dieci anni. Nel 2013, per avere un termine di paragone, le denunce erano state cinquecentomila in pi\u00f9. Questo dato \u00e8 passato nell\u2019ombra: non ne hanno parlato i politici, nemmeno quelli attualmente all\u2019opposizione e ne hanno parlato molto poco i giornali e le televisioni. Il paradosso italiano \u00e8 dunque questo, si commettono meno delitti e si ha pi\u00f9 paura.<\/p>\n<p>All\u2019interno di questi numeri tranquillizzanti conta certamente molto che, con riferimento circoscritto alle denunce con autore noto, gli stranieri siano sovresposti, con il 29 per cento a loro carico, mentre come sappiamo sono molti di meno rispetto alla popolazione complessiva. C\u2019\u00e8 per\u00f2 da dire, primo, che dal 2005 i dati Istat-ministero dell\u2019Interno non distinguono pi\u00f9 tra stranieri non residenti e residenti (questi ultimi avevano molte meno denunce) secondo, che mettono tutti i reati insieme, mentre una quota di questi (soggiorno irregolare ecc.) possono essere commessi solo da stranieri, terzo che la popolazione straniera \u00e8 molto pi\u00f9 giovane, e la gran parte dei delitti si commettono nella fascia d\u2019et\u00e0 fino a 50 anni. Tutto ci\u00f2 senza voler minimizzare, naturalmente, il problema.<\/p>\n<p>Ma che gli italiani abbiano una percezione amplificata e distorta dell\u2019immigrazione, sono diversi altri dati a provarlo. Una ricerca della Fondazione Cattaneo ha verificato che, secondo i nostri concittadini, gli immigrati in Italia sarebbero il 25 per cento della popolazione, quindi il triplo di quanto non siano realmente. Anche negli altri Paesi la gente tende a maggiorare il numero degli stranieri effettivamente presenti, ma la percezione distorta degli italiani non ha termini di confronto.<\/p>\n<p>Pure sui musulmani, vediamo doppio o addirittura triplo. Secondo un sondaggio dell\u2019Eurispes, \u00e8 il 70 per cento degli italiani a sovrastimarne il numero. I fedeli di Allah in Italia, fra stranieri e naturalizzati italiani, sono 2 milioni e mezzo, ovvero il 4 per cento circa della popolazione. Ma, secondo il 30 per cento degli italiani, sono il triplo, secondo uno su quattro sono cinque volte pi\u00f9 numerosi, e secondo un intervistato su cinque, sarebbero addirittura il 24 per cento della popolazione.<br \/>\n<strong>Gli sbarchi<\/strong><\/p>\n<p>Per quanto riguarda gli immigrati che arrivano via mare, e in particolare i richiedenti asilo e quanti hanno gi\u00e0 ottenuto la protezione internazionale o la qualifica di rifugiato, anche qui non siamo sotto assedio, come si pu\u00f2 pensare accendendo la televisione a leggendo che il governo ha varato un decreto legge, dunque che la questione \u00e8 pi\u00f9 che mai urgente. L\u2019Unhcr, l\u2019agenzia dell\u2019Onu per i rifugiati, stima che in tutto, fra chi chiede e chi ha ottenuto un titolo, vi sarebbero 350 mila persone, pari allo 0,6 per cento della popolazione, un dato in linea con gli altri Paesi.<\/p>\n<p>Gli sbarchi hanno avuto un\u2019impennata dopo la primavera araba. Ricorderete certamente la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, con 368 morti, in gran parte eritrei, e la missione di salvataggio chiamata \u201cMare Nostrum\u201d lanciata immediatamente dopo dal governo Letta. A questa per\u00f2, Italia ed Europa hanno preferito sostituire nel 2014 una missione di vigilanza dei confini, chiamata Frontex. Nel 2017 il governo Gentiloni, con il ministro dell\u2019Interno Marco Minniti come protagonista, ha varato un codice di comportamento che di fatto ostacola l\u2019attivit\u00e0 di soccorso in mare delle Ong e ha siglato un accordo con un pezzo del governo libico, quello rappresentato da Al Sarraj (poi c\u2019\u00e8 il generale Haftar, ma il territorio libico \u00e8 in mano a incontrollabili bande armate) donando tra l\u2019altro delle motovedette alla locale Guardia costiera con il compito di intercettare e riportare in Libia gli occupanti dei barconi, senza distinguere tra richiedenti asilo e migranti economici.<\/p>\n<p>Gli sbarchi cos\u00ec si sono drasticamente ridotti, da 173 mila\u00a0 del 2016 a 117 mila del 2017, a poco pi\u00f9 di 20 mila nel 2018. Minniti infatti ha alzato la palla a Salvini, come si direbbe in gergo pallavolistico, e questi ha schiacciato, rinsaldando gli accordi con i libici e chiudendo i nostri porti agli sbarchi. Si calcola che finora 15 mila migranti che volevano raggiungere l\u2019Italia, siano stati riportati indietro, tornando nei campi degli stupri e delle torture da cui erano fuggiti. Nello stesso tempo, per\u00f2, sono aumentati i morti nel Mediterraneo, oltre 2.000 nel corso del 2018. Fra chi fugge cercando di raggiungere l\u2019Europa vi sono anche molti migranti economici, ma \u00e8 certo che chi avrebbe comunque diritto alla protezione internazionale, non pu\u00f2 pi\u00f9 farlo valere, in barba alla Convenzione di Ginevra del 1952. La Libia non la riconosce e l\u2019Unhcr non pu\u00f2 agire liberamente. C\u2019\u00e8 la positiva esperienza dei \u201ccorridoi umanitari\u201d organizzati dalla Comunit\u00e0 di S.Egidio, ma i numeri sono ancora scarsi.<br \/>\n<strong>Aiutiamoli a casa loro\u00a0 <\/strong><\/p>\n<p>\u201cO almeno non derubiamoli\u201d, era l\u2019ironico titolo di una bella inchiesta di Gianni Ballarini, apparsa nel numero di novembre di Millennium, supplemento mensile del \u201cFatto Quotidiano\u201d. \u201cAiutiamoli a casa loro\u201d \u00e8 infatti lo slogan salvifico, salva coscienze, salva africani, salva europei, salva italiani, che sentiamo ripetere in questi mesi. La realt\u00e0 \u00e8 per\u00f2 un po\u2019 diversa da questa invocazione. In Senegal, negli ultimi dieci anni, le coste si sono svuotate, racconta Ballarini. Questo perch\u00e9 si \u00e8 ridotta dell\u201980 per cento la quantit\u00e0 di pesce che prima rimaneva nelle reti. Il milione e mezzo di sengalesi che vivono di pesca tornano ogni sera con le barche vuote, perch\u00e9 pescherecci europei, russi, cinesi, fanno incetta di tutto il pesce al largo. E questa situazione sta impoverendo le famiglie, spingendo molti giovani ad attraversare il deserto per poi imbarcarsi verso le nostre coste.<\/p>\n<p>Un po\u2019 pi\u00f9 a Sud del Senegal c\u2019\u00e8 lo Zimbawe, l\u2019ex Rhodesia, quinto Paese al mondo per la produzione di diamanti, che per\u00f2 non si trasformano in ricchezza per la popolazione, ma con un complicato incrocio di societ\u00e0 off-shore di Dubai, India, Sudafrica e Olanda arrivano direttamente sui mercati occidentali. Passiamo alla Repubblica democratica del Congo, che ha anche una delle pi\u00f9 grandi foreste pluviali del pianeta,\u00a0 devastate dal disboscamento. E tutte le concessioni dello sfruttamento del legno sono in mano a una societ\u00e0 che ha sede in un paradiso fiscale, il Liechtenstein. Dalla Nigeria i Paesi occidentali prelevano il petrolio per rivenderle poi carburanti scadenti, quelli che non possono essere commerciati e usati negli Stati Uniti e nei Paesi Ue. In 14 Paesi africani c\u2019\u00e8 persino la servitu\u2019 monetaria nei confronti del Tesoro francese. \u00a0Ci sono poi i prestiti a caro prezzo concessi negli scorsi decenni dalla Banca mondiale all\u2019Africa, e potremmo continuare.<\/p>\n<p>Al netto di tutto questo, l\u2019Occidente destina poche risorse alla cooperazione, e l\u2019Italia non \u00e8 certo in prima linea. Secondo l\u2019Associazione di studi giuridici sull\u2019immigrazione (Asgi), il nostro Paese avrebbe anzi distolto risorse della cooperazione per destinarle ai respingimenti e alla Libia. Vedremo se l\u2019accusa sar\u00e0 provata.<\/p>\n<p>Ma c\u2019\u00e8 un altro aspetto da tenere presente, quando si dice \u201caiutiamoli a casa loro\u201d. Lo ha ricordato di recente uno dei maggiori esperti di immigrazione, il professor Maurizio Ambrosini<em>, <\/em>sociologo dell\u2019Universit\u00e0 di Milano: ricerche internazionali dimostrano che i pi\u00f9 poveri fra i poveri, quelli che guadagnano fino a 2 mila dollari l\u2019anno, non emigrano, restano nel loro Paese. A partire sono coloro che hanno a disposizione da 2.000 a 10 mila dollari l\u2019anno. Sopra questa soglia non si emigra pi\u00f9. I necessari aiuti alla crescita, non potranno avere un effetto immediato. E, comunque, dovranno essere orientati, per cos\u00ec dire, a \u201cinsegnare a pescare\u201d, anzich\u00e9 continuare a rubare il pesce.<br \/>\n<strong>Senza migranti, non c\u2019\u00e8 futuro per l\u2019Italia <\/strong><\/p>\n<p>L\u2019anno scorso l\u2019equivalente dell\u2019Istat del Regno Unito, cio\u00e8 l\u2019Office of National Statistics, diffuse la notizia che la Gran Bretagna avrebbe raggiunto i 70 milioni di abitanti nel 2029, con un aumento di 4 milioni e 400 mila residenti rispetto ad oggi e questo in gran parte, Brexit o non Brexit, grazie al contributo degli immigrati e alla maggior prolificit\u00e0 delle donne straniere. Presi a Londra un giornale che ospitava un allarmato dibattito perch\u00e9 secondo le previsioni di due anni prima il traguardo dei 70 milioni doveva essere raggiunto gi\u00e0 nel 2027.<\/p>\n<p>Rimasi felicemente sbalordito a leggere queste notizie e quel dibattito per noi surreale. La crescita demografica \u00e8 importante, perch\u00e9 incide felicemente sui consumi e quindi sull\u2019economia, perch\u00e9 c\u2019\u00e8 bisogno di una popolazione giovane per pagare i contributi previdenziali. In Italia tutto questo non interessa. Politici e media parlano solo di paure e non sono in grado non dico di guardare in una prospettiva allungata, ma nemmeno dietro l\u2019angolo.<\/p>\n<p>E allora diamo un\u2019occhiata veloce alle condizioni demografiche disgraziate in cui versiamo. Ha ormai pi\u00f9 di 65 anni un italiano su quattro, e quindi gi\u00e0 adesso e ancor pi\u00f9 in prospettiva c\u2019\u00e8 un enorme bisogno di cura degli anziani, che certo \u2013 viste le condizioni gravissime della nostra spesa pubblica \u2013 non potr\u00e0 essere soddisfatto con fortissimi investimenti nei servizi di assistenza. Da anni sono riprese le migrazioni, e se ne vanno i nostri giovani, non certo perch\u00e9 gli immigrati rubino loro posti di lavoro in agricoltura, nell\u2019edilizia, nei ristoranti o nelle famiglie. Secondo l\u2019Istat nel 2017 hanno lasciato la penisola 115 mila italiani, ma i calcoli del nostro Istituto di \u00a0statistica tengono conto soltanto di chi si \u00e8 cancellato dalla nostra anagrafe, e moltissimi sono gli espatriati che non lo fanno. Secondo l\u2019Idos, che ha condotto delle ricerche specifiche sui registri consolari in Germania e nel Regno Unito, il numero va moltiplicato per due volte e mezzo: siamo dunque a quota 290 mila, un numero da anni \u201950. La popolazione degli italiani all\u2019estero \u00e8 molto giovane, solo 7 su 100 hanno pi\u00f9 di 65 anni, tre su dieci hanno la laurea, impoverendo cos\u00ec il capitale umano del nostro Paese. E dire che,\u00a0 come ci ricorda l\u2019Ocse, per costruire un laureato l\u2019Italia spende in media 164 mila euro, e 228 mila per un dottore di ricerca. \u00a0\u00a0E, per giunta, all\u2019estero sono nati l\u2019anno scorso 80 mila italiani: queste persone si stabilizzano fuori e fanno figli. Se la popolazione residente si \u00e8 mantenuta attorno ai 60 milioni e mezzo di abitanti, perdendone solo alcune migliaia rispetto al 2016, questo \u00e8 perch\u00e9 150 mila stranieri hanno ottenuto nel frattempo la cittadinanza italiana (cosa che ha interessato 1 milione e mezzo di loro dall\u2019inizio della nostra storia di arrivi) e perch\u00e9 le donne immigrate sono pi\u00f9 prolifiche di quelle italiane, anche se adesso il loro tasso di fecondit\u00e0 \u00e8 sceso a quota 1,97. Ma c\u2019\u00e8 un altro fenomeno: quello degli immigrati che non credono che ci sia pi\u00f9 un futuro nel nostro Paese e lo lasciano: ci sono state 40.500 cancellazioni anagrafiche nel 2017. E ci sono anche stranieri naturalizzati italiani che adesso se ne vanno in un altro Paese d\u2019Europa.<\/p>\n<p>A questo quadro anagrafico, cos\u00ec allarmante, non si risponde con la propaganda miope e autarchica del tipo: diamo soltanto incentivi per aumentare le nascite. Ci vogliono questi, \u00e8 poi necessaria una politica economica espansiva che faccia risalire la fiducia, ma \u00e8 anche importante riaprire, moderatamente ma significativamente, il rubinetto dei decreti flussi. Ripeto ancora: \u00e8 dal 2013 che non si pu\u00f2 pi\u00f9 entrare in Italia regolarmente, per lavoro dipendente. Le quote decise dal governo per il 2018, per poco pi\u00f9 di 30 mila ingressi, sono riservate a lavoratori stagionali, a permessi di studio, alla conversione di altri permessi. E poi, per superare quel trucco dell\u2019ingresso con permesso turistico, non c\u2019\u00e8 che una strada: sperimentare un permesso per ricerca di lavoro, della durata di un anno. Sar\u00e0 poi necessaria una sanatoria, l\u2019ottava della nostra storia, per il bacino di lavoro irregolare che inevitabilmente si \u00e8 accumulato in tutti questi anni. Pi\u00f9 gente alla luce del sole, pi\u00f9 contributi pagati all\u2019Inps, meno paure.<\/p>\n<p><strong>Le buone notizie<\/strong><\/p>\n<p>Ne scelgo due, avviandomi alla conclusione. La prima \u00e8 che, fra gli immigrati non comunitari presenti nel nostro Paese, ben 6 su dieci (esattamente il 64,3 per cento) hanno un permesso di lungo soggiorno: il permesso permanente che si pu\u00f2 chiedere solo dopo cinque anni di residenza regolare, dopo aver superato un test di italiano, e dimostrando alcuni requisiti di reddito e della casa che si abita. Questo \u00e8 un importante segnale di integrazione: con quel permesso si \u00e8 all\u2019anticamera della cittadinanza. Fra l\u2019altro era questo il requisito che uno dei genitori doveva avere perch\u00e9 il bambino nato in Italia fosse dichiarato italiano, secondo la proposta di riforma della cittadinanza abbandonata per paura al suo destino, lo scorso anno al Senato.<\/p>\n<p>Il secondo dato, e anche questo lo estraggo dal Dossier statistico Immigrazione, \u00e8 la grande quantit\u00e0 di imprese a gestione immigrata: sono <strong>587 mila<\/strong>. A volte i numeri scivolano via, senza che ci si presti la dovuta attenzione. E allora proviamo a catturare questo con un\u2019immagine, con un termine di confronto. Sono andato in rete a cercarmi la capienza di tutti gli stadi di calcio di Serie A. Il pi\u00f9 grande \u00e8 quello di Milano San Siro, con 80 mila posti, segue l\u2019Olimpico, con 70 mila 600, e poi il San Paolo con circa 60 mila, il pi\u00f9 piccolo \u00e8 quello di Ferrara con poco pi\u00f9 di 16 mila. Capienza totale: un numero praticamente eguale a quello delle imprese immigrate: 592.867 posti. E allora \u00e8 come se, in una bella domenica di primavera, gli stadi italiani fossero gremiti in ogni ordine di posti e occupati esclusivamente da immigrati che hanno aperto un\u2019impresa in Italia. Vedete che l\u2019effetto \u00e8 ben diverso.<\/p>\n<p>Tra questi, va detto con soddisfazione, non mancano le donne. Come ad esempio <strong>Edith Elise Jaomazava,<\/strong> che importa e vende in Italia la prelibata vaniglia del Madagascar, e d\u00e0 cos\u00ec lavoro a distanza a 300 agricoltori del suo Paese. O la romena\u00a0 <strong>Elena Cristina Toma, <\/strong>che dopo essersi fatta le ossa da Krizia, si \u00e8 messa in proprio e ha creato una linea di calzature di lusso. Gran parte delle imprese, \u00e8 vero, sono individuali, ma c\u2019\u00e8 anche chi come il siriano <strong>Radwan<\/strong> \u00a0<strong>Khawatmi, <\/strong>che produce frigoriferi e d\u00e0 lavoro a un centinaio di addetti, anche italiani., nostro ospite al FilmFest nel 2014. In ogni caso \u00e8 un segnale importante, anche di integrazione, che il 10 per cento delle imprese italiane siano condotte da stranieri. Si pensi soltanto ai problemi di adattamento alla nostra infernale burocrazia, che hanno dovuto superare.<\/p>\n<p>Bene, io ho finito. Vi ringrazio della vostra attenzione, e spero di avervi fornito qualche elemento, per un punto di vista diverso da quello che oggi appare largamente dominante.<\/p>\n<p><em>* (Intervento al seminario organizzato dal Sindacato Cronisti Romani, dal titolo &#8220;L&#8217;informazione sui migranti, il fenomeno, i pregiudizi, l&#8217;integrazione, l&#8217;integrazione: il racconto del cronista&#8221;,<br \/>\nRoma , 16 gennaio 2019)\u00a0<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Corrado Giustiniani* L\u2019inizio della storia dell\u2019immigrazione in Italia pare avvolto nel velo di Maja che impedisce di cogliere l\u2019essenza del reale, come nell\u2019antica credenza indiana. 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