BULLI OGGI, IERI E L'ALTRO IERI

In Italia la generazione del millenial ha un nuovo crimine in seno: il bullismo. L’8 giugno 2017 data storica per la codificazione del nuovo reato che prolifererebbe tra i giovani asociali. Per la prima volta, la Cassazione emette una sentenza di condanna per violenze collegate al cosiddetto bullismo, la cui etimologia risale, in realtà, a una tradizione di costume popolare che affonda le radici nei secoli passati. La criminalità giovanile contemporanea non ha nulla a che vedere con il bullismo romano prosperato nelle varie epoche a cominciare dall’era delle imprese immortalate dal Pinelli. Si è trattato di un fenomeno sociale unico del genere, e basato sul desiderio prepotente di affermazione personale, di una volontà di supremazia sul branco, senza scopo di lucro, senza secondi fini. Nel suo rione non era considerato un prepotente furfante, ma un coraggioso, un uomo deciso, un "omo de panza".

Negli anni Sessanta del secolo scorso, ancor prima della rivoluzione giovanile del '68, Roma conservava quasi intatti ritmi di vita pacioccona e costumi popolani dei tempi anteguerra del Trilussa, nonostante la prima esplosione della motorizzazione, utilitarie e Vespa in testa, con prove di traffico durante le gite festive alle fraschette for de porta e alle spiagge di Ostia e di Fregene. Nelle viuzze dei rioni del centro, da Trastevere a Ponte, proliferavano le vecchie osterie dove imperava la fojetta con il vino bianco dei Castelli garantito dal retrogusto amarognolo, servito anche ai fagottari con padellate di spaghetti ripassati a frittata.

Cronista alle prime armi ho respirato l'aria di piazza Navona non ancora invasa dal turismo di massa e dai pittori naïf. La sera, nell'intervallo del lavoro redazionale, si improvvisavano partite a pallone fra la fontana dei Quattro Fiumi e il bar Ciampini di Nando, protagonista del fattaccio che fece scalpore: aveva inseguito e ucciso a pistolettate sotto gli occhi della gente un ladruncolo di autoradio. Restò poco in carcere perché la famiglia del morto si accontentò di una ventina di milioni per rinunciare alla parte civile.

Allora la malavita non era così feroce e armata fino ai denti come nei giorni del Gobbo del Quarticciolo, il bandito antifascista alla Robin Hood che imperversava fino a piazza Vittorio negli anni Quaranta del Novecento. Né brutale e spietata come quella di oggi con il contorno di un neobullismo, aggressivo e violento specie contro i coetanei più deboli e indifesi. Mentre i ragazzi borgatari alla Pasolini campavano di espedienti e sotterfugi, in centro sopravvivevano gli eredi dei bulletti romani, bravacci bellimbusti, boriosi guasconi, sempre pronti ad allungare le mani nelle tasche e a rubare con scasso ma senza assalire nessuno. Non restavano per molto a piede libero, perché le loro imprese raramente sfuggivano all'occhio vigile del brigadiere di turno. Alberto Sordi nel film "ladro lui, ladra lei" del 1958 entrava e usciva da Regina Coeli salutato dalla mamma con la biancheria fresca di bucato, e accolto in carcere come fosse ogni volta una rimpatriata tra vecchi amici. Gli stessi ladri, una volta catturati, erano spediti a casa dei derubati per restituire la refurtiva, spesso roba di scarso valore come lenzuola e stoviglie, suscitando sorpresa ma anche felice accoglienza. Il rapporto dalle buone maniere fra guardie e ladri in quegli anni 50 è stato immortalato nel film di Totò e Fabrizi, quando, tra loro, si guardavano in cagnesco ma senza animosità. I contatti, “le soffiate”, si prendevano nei territori neutri dei bar e locali pubblici, aperti quasi tutta la notte proprio sotto l'interessata condiscendenza della polizia, che chiudeva un occhio e, a volte, anche due sulle intemperanze della clientela. Confidenti e “informatori”, oggi vietati per legge e sostituiti dalle intercettazioni a tappeto, erano la chiave di volta del successo delle indagini. Nel bar sotto il giornale recuperai più di una volta borse e documenti trafugati dalla mia auto in sosta da quelle parti.

Siciliano d'origine divenuto romano doc per amore e cultura persino culinaria, il mio capocronista, Vittorio, si risolse di correre per il posto di consigliere comunale in Campidoglio le cui vicende aveva seguito per anni sul suo giornale. Collega e amico di redazione con le finestre proprio su piazza Navona, gli diedi una mano nella campagna elettorale. La sua candidatura raccolse consensi nell'ambito del mondo professionale e romanista, mentre apparve più difficile la penetrazione tra la gente della strada, i comuni cittadini. Smossero le acque incontri ravvicinati e cene elettorali. Una di queste entrò con clamore nella storia del rione Ponte. Intorno alla tavola con il candidato si ritrovarono diversi giovani bulli che frequentavano il bar dei soliti noti. Buone forchette e bevitori incalliti, emuli dei casarecci "eroi" dell'epopea di Meo Patacca, si rimpinzarono a quattro palmenti e alzarono il gomito con chiassosa allegria. Ne risultò un finale di commedia strappacore. Piansero a calde lacrime, senza ritegno e vergogna, nel cantare le più famose canzoni dedicate alla mamma. Sembravano più mammoni e bamboccioni che loschi scapestrati. (12/06/2017)


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